Aveva sempre pensato che un giorno avrebbe sistemato tutto, tutto; un giorno le avrebbe parlato e le avrebbe detto…Cosa le avrebbe detto? Erano sei mesi che viveva in un labirinto di illusioni, speranze, frasi non dette, parole non espresse.
Era sempre contento quando la vedeva arrivare e lui con la sua faccia stupida seguiva i suoi movimenti, piano, sembrava che il tempo non passasse, ogni attimo sorvolava in un’eternità di secondi; sempre sul punto di parlarle, sempre sul punto di “volare” e invece le vocali, le consonanti non andavano più in là delle corde tese, come quelle di un violino.
Quando lei gli rivolgeva la parola non si capiva mai se era vivo o morto, in estasi, sembrava un sogno, pensava “sì sono io, sta parlando con me”.
I suoi amici pensavano che fosse partito , per dove non si sa; il più grande giocatore di tutti i tempi era diventato forte come un bambino zoppo di 6 mesi, non c’era più, non viveva più.
Aveva sempre pensato che un giorno le avrebbe parlato e le avrebbe detto tutto, un discorso sistema tutto, le avrebbe detto cosa provava, cosa sentiva; non sapeva di sbagliare.
Il suo più grande timore era che un giorno l’avrebbero portata via, qualcun altro; forse più simpatico, forse più bello, ma comunque un altro; aveva paura, si sentiva come nel giorno del giudizio, poche persone davanti a te e senti che il tempo sta andando, l’ultimo battito d’orologio, l’ultimo volo di Icaro.
Aveva un sogno, pregava per quel sogno, ma sapeva che un giorno si sarebbe svegliato, di botto, all’improvviso, la sveglia avrebbe suonato, per sempre.
Quando non c’era, se non gli parlava, era una tragedia: fiumi di cosa avrò fatto, che cosa avrò detto sfondavano gli argini della sua mente e inondavano di tristezza il suo animo.
I suoi amici pensavano che fosse partito e non sapevano se sarebbe mai arrivato; cercavano di aiutarlo, ce ne sono tante altre dicevano, ma per lui ce n’era solo una ed era lei.
Probabilmente per lei non era molto divertente questa situazione, ma per lui era tutto; aveva sempre pensato che sarebbero bastate due parole, la prima era ti, ma non era mai riuscito a dirgliele; con le altre era stato facile, non pensava, non sapeva cosa volessero dire quei due semplici suoni, sì perché solo di suoni si trattava; iniziava a capire.
Poche volte si era trovato da solo con lei, pensava sempre di sbagliare, non sapeva come e cosa fare, ma la sua voce era per lui la dodicesima sinfonia di Beetoven( non aveva mai imparato come si scriveva) e lui ascoltava; ogni tanto era sul punto di proclamare a tutto il mondo, a tutto l’universo quello che teneva dentro, ma trovava solo il deserto ad ascoltare.
Aveva sempre pensato che un giorno le avrebbe parlato e quel giorno arrivò; era dicembre, faceva freddo e la voce si congelava non appena usciva; era sabato, le campane suonavano il cambio di un’altra ora, l’inizio di una nuova stagione; era il giorno più importante della sua vita e lui non lo sapeva.
Tutti e due si trovavano come al solito con la loro compagnia, sì i famosi amici – si divertivano insieme-; lei era stata con uno degli altri e lui ci aveva sofferto; passerà pensava, ed era passata; in quel momento capì.
Non doveva parlare, le parole erano solo vibrazioni, suoni, potevano forse esprimere idee, muovere le masse, ma non potevano esprimere i sentimenti.
Aveva sentito qualcosa del genere in una lezione di filo, si era sempre chiesto a che cosa sarebbe servita quella materia.
All’improvviso la prese da parte, la guardo negli occhi, i suoi bellissimi occhi, gli erano sempre piaciuti, intensamente, e lei capì; era il ragazzo più felice del mondo, lei aveva capito, senza parole, solo uno sguardo.
Lei lo guardò e lui capì; il sogno più bello del mondo, la più pregevole opera di Morfeo era compiuta.
La sveglia suonò e lui aprì gli occhi.
Era sempre contento quando la vedeva arrivare e lui con la sua faccia stupida seguiva i suoi movimenti, piano, sembrava che il tempo non passasse, ogni attimo sorvolava in un’eternità di secondi; sempre sul punto di parlarle, sempre sul punto di “volare” e invece le vocali, le consonanti non andavano più in là delle corde tese, come quelle di un violino.
Quando lei gli rivolgeva la parola non si capiva mai se era vivo o morto, in estasi, sembrava un sogno, pensava “sì sono io, sta parlando con me”.
I suoi amici pensavano che fosse partito , per dove non si sa; il più grande giocatore di tutti i tempi era diventato forte come un bambino zoppo di 6 mesi, non c’era più, non viveva più.
Aveva sempre pensato che un giorno le avrebbe parlato e le avrebbe detto tutto, un discorso sistema tutto, le avrebbe detto cosa provava, cosa sentiva; non sapeva di sbagliare.
Il suo più grande timore era che un giorno l’avrebbero portata via, qualcun altro; forse più simpatico, forse più bello, ma comunque un altro; aveva paura, si sentiva come nel giorno del giudizio, poche persone davanti a te e senti che il tempo sta andando, l’ultimo battito d’orologio, l’ultimo volo di Icaro.
Aveva un sogno, pregava per quel sogno, ma sapeva che un giorno si sarebbe svegliato, di botto, all’improvviso, la sveglia avrebbe suonato, per sempre.
Quando non c’era, se non gli parlava, era una tragedia: fiumi di cosa avrò fatto, che cosa avrò detto sfondavano gli argini della sua mente e inondavano di tristezza il suo animo.
I suoi amici pensavano che fosse partito e non sapevano se sarebbe mai arrivato; cercavano di aiutarlo, ce ne sono tante altre dicevano, ma per lui ce n’era solo una ed era lei.
Probabilmente per lei non era molto divertente questa situazione, ma per lui era tutto; aveva sempre pensato che sarebbero bastate due parole, la prima era ti, ma non era mai riuscito a dirgliele; con le altre era stato facile, non pensava, non sapeva cosa volessero dire quei due semplici suoni, sì perché solo di suoni si trattava; iniziava a capire.
Poche volte si era trovato da solo con lei, pensava sempre di sbagliare, non sapeva come e cosa fare, ma la sua voce era per lui la dodicesima sinfonia di Beetoven( non aveva mai imparato come si scriveva) e lui ascoltava; ogni tanto era sul punto di proclamare a tutto il mondo, a tutto l’universo quello che teneva dentro, ma trovava solo il deserto ad ascoltare.
Aveva sempre pensato che un giorno le avrebbe parlato e quel giorno arrivò; era dicembre, faceva freddo e la voce si congelava non appena usciva; era sabato, le campane suonavano il cambio di un’altra ora, l’inizio di una nuova stagione; era il giorno più importante della sua vita e lui non lo sapeva.
Tutti e due si trovavano come al solito con la loro compagnia, sì i famosi amici – si divertivano insieme-; lei era stata con uno degli altri e lui ci aveva sofferto; passerà pensava, ed era passata; in quel momento capì.
Non doveva parlare, le parole erano solo vibrazioni, suoni, potevano forse esprimere idee, muovere le masse, ma non potevano esprimere i sentimenti.
Aveva sentito qualcosa del genere in una lezione di filo, si era sempre chiesto a che cosa sarebbe servita quella materia.
All’improvviso la prese da parte, la guardo negli occhi, i suoi bellissimi occhi, gli erano sempre piaciuti, intensamente, e lei capì; era il ragazzo più felice del mondo, lei aveva capito, senza parole, solo uno sguardo.
Lei lo guardò e lui capì; il sogno più bello del mondo, la più pregevole opera di Morfeo era compiuta.
La sveglia suonò e lui aprì gli occhi.

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